Dire con tutta franchezza che il mondo gira in un senso e non in un altro, non in quello che vorremmo, spesso non è la soluzione, né tanto meno la maniera adeguata per affrontare il problema. Dire che l’uomo e la donna, o peggio che solo uno di questi debba adeguarsi ancora di più a ciò che lo circonda è qualcosa che suscita tristezza, che fa parte delle nostre discussioni e con rammarico e rassegnazione entra dentro di noi.

Noi abbiamo raccolto le parole delle nostre giovani Rounders in giro per il mondo, evidentemente cambiate dalla loro esperienza solitaria all’estero, e abbiamo chiesto cosa ha dato loro viaggiare da sole e se, da donne, hanno riscontrato maggiori difficoltà:

Quando mi hai chiesto cosa mi ha dato viaggiare sola, la prima cosa che mi è venuta in mente è quella sensazione d’indipendenza. Certo, è ovvio che a questa età nessuno di noi è indipendente.. Finché sono i genitori a camparci. Quello che voglio dire, però, è che sperimenti per la prima volta cosa vuol dire badare a se stessi.. Puoi fare quello che vuoi e nessuno ti controlla, cosa molto affascinante, ma l’altra faccia della medaglia è che nessuno si occupa di te. Mentre pensavo a queste cose, mi sono immediatamente resa conto che anch’io, involontariamente, sono stata contagiata da questa idea della ragazza che deve essere controllata e protetta.
Sarà che siamo cresciute in un certo ambiente, sarà che ci hanno insegnato ad essere diffidenti, sarà che siamo abituate ad avere paura. No, non penso che l’essere donna abbia comportato molte difficoltà in più, però una cosa devo dirla: noi abbiamo sempre paura e questo incide. Che ci vuoi fare, tutte le raccomandazioni che ti fanno i genitori e gli amici ti tornano in mente ogni volta che un ragazzo si avvicina di sera, mentre cammino da sola, e magari vuole solo chiedere informazioni. Figurati poi cosa è successo dopo i fatti di Colonia a capodanno. Tanti italiani mi hanno detto “dovresti smetterla di andare in giro da sola in questa città..”, ma cosa dovrei fare? Stare ad aspettare qualcuno che mi venga a prendere e mi riaccompagni a casa? Io non voglio dipendere da nessuno.. Sono una persona adulta, so badare a me stessa, esattamente come i miei coetanei di sesso maschile. Solo che io devo sempre tenere gli occhi aperti
Lodovica Zullo, da Colonia, Germania.

Viaggiare da sola rende padrona non soltanto dei momenti in cui lo si fa, ma anche dei momenti futuri, nella quotidianità del rapporto del rapporto con la propria persona, quando si torna in patria. Rende più consapevoli di ciò che si è fatto e di ciò che si farà; ci si sente dei piccoli supereroi di se stessi.

Da donna, sì, penso di aver avuto delle piccole difficoltà, e seppur impercettibili, sempre presenti. Si sente la differenza, ho percepito il sottile sguardo di malizia o di superiorità, a volte nell’ambiente lavorativo ospedaliero, ricambiato con uno sguardo di altrettanta superiorità. Il camminare con un uomo a Santa Cruz offre maggiore sicurezza, per cui figuriamoci viaggiare con un uomo. Tuttavia, durante il mio viaggio ho incontrato diverse ragazze della mia età, che avevano deciso con occhi spaventati ma stracolmi di coraggio di affrontare tutta la Bolivia da sole, con il proprio zaino sulla schiena e con l’autostima sopra le stelle. Da invidiare: senza paura e senza sapere una parola di spagnolo hanno creduto nella forza delle proprie idee a tal punto da partire solo con se stesse e tornare con ego più grande
Aurelia Canestro, da Santa Cruz, Bolivia.

Sono note, inoltre, da alcuni giorni le morti alla fine di Febbraio, di due ragazze argentine, José Maria Coni e Marina Menegazzo, che insieme visitavano da turiste l’Ecuador. Da questo fatto, dalle modalità e dal luogo in cui sono stati ritrovati i corpi, è stato abbastanza comune il pensiero che, certo, anche loro due non si sono messe nelle condizioni più “sicure”.

Ha quindi parlato a tutto il mondo il post su Facebook di Guadalupe Acosta, che meglio di qualsiasi altro e successivo interprete ha saputo cogliere quella tristezza che accompagna il pensiero comune; con il suo post, in poche ore trasformato in una campagna internazionale dall’hashtag  #ViajoSola, parla come se a parlare fosse una delle due vittime, come se anche lei in prima persona potesse vivere ciò José Maria e Marina hanno vissuto:

Ieri mi hanno uccisa.
Ho rifiutato che mi toccassero e con un bastone mi hanno spaccato il cranio. Mi hanno accoltellata lasciando che morissi dissanguata.
Come un rifiuto, mi hanno messo in un sacco di polietilene nero, chiusa con del nastro e abbandonata su una spiaggia, dove ore più tardi mi hanno ritrovata.
Ma peggio della morte è stata l’umiliazione che è venuta dopo.
Dal momento in cui hanno ritrovato il mio corpo nessuno si è domandato dove fosse il figlio di puttana che ha messo fine, insieme ai miei sogni e alle mie speranze, la mia vita.
No, e in più hanno iniziato a farmi domande inutili. A me, ve lo immaginate? una morta che non può parlare e che non può difendersi.
Che vestiti avevi?
Perché andavi da sola?
Come può una donna viaggiare senza una compagnia?
Ti sei messa in un quartiere pericoloso, che speravi di ottenere?
Hanno fatto una polemica con i miei genitori del perché mi hanno dato delle ali, e del perché mi hanno lasciato essere indipendente come qualsiasi essere umano. Gli hanno detto che sicuramente c’eravamo drogate, e che ne cercavamo, che qualcosa abbiamo fatto e che loro dovevano averci notato.
E solo da morta ho capito che io per il mondo non sono uguale ad un uomo. Che morire è stata una mia colpa e che sempre lo sarà. Mentre se il titolo avesse detto che due giovani viaggiatori sono stati uccisi, allora la gente avrebbe commentato con le sue condoglianze e con i suoi discorsi ipocriti, chiedendo maggior rigore per gli assassini.
Però nell’essere donna si minimizza. Diventa meno grave, perché, chiaro, io me lo sono cercata. Facendo quello che io volevo ottenere, me lo sono meritata per non essermi sottomessa, per non essere rimasta a casa e per aver investito i miei soldi nei miei sogni. Per questo e molto altro mi hanno condannata.
E io mi addoloro perché non sono più qui. Ma tu ci sei, e sei una donna. E devi sopportare quello stesso discorso del “farsi rispettare”, che è una tua colpa il fatto che ti gridano che vorrebbero toccare/leccare/succhiare qualcuno dei tuoi genitali per la strada, perché indossi degli shorts con 40 gradi, del fatto che se tu viaggi da sola sei una pazza, e molto sicuramente che il fatto che ti sia accaduto qualcosa, che i tuoi diritti siano stati calpestati, tu te lo sei cercato.
Ti chiedo, per me e per tutte le donne taciute, di alzare la voce. Lotteremo, io al tuo fianco nello spirito, e ti prometto che un giorno saremo tante, e che non esisterà la quantità di sacchi sufficiente a farci stare zitte

Tra i tanti, esistono chiaramente due problemi: l’insicurezza data dall’indiscriminata violenza nel mondo e le scuse e le giustificazioni che noi diamo a questa, senza pensare in realtà che forse potremmo fare qualcosa, certo non per cancellarla, ma appunto per affrontarla in maniera adeguata e, un giorno chissà, arginarla.

E deve essere chiaro che il solo far intendere che una donna, sola e viaggiatrice, “se l’è cercata” perché non si trovava nel posto più sicuro (e ricordiamo che fatti simili succedono ad ogni latitudine, dall’Equador a Firenze), o perché ha deciso solo lei della sua indipendenza ed autonomia, deve essere chiaro che questi non sono ragionamenti che contribuiscono alla soluzione del problema, che evidentemente esiste e si chiama maschilismo.

Chiaramente non si sa e non si saprà tutto della vicenda, ma ciò che importa veramente, e Facebook serve anche a dire quelle parole, è criticare ed abbattere questo tipo di giustificazioni, di biasimo per le vittime, per il diritto a conoscere se stessi nella propria indipendenza. Il ‘come’ e il ‘dove’ del conoscersi lo stabilisce il soggetto, rimanendo a casa o viaggiando per un mondo che è anche suo.


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